L’idolo è ciò che si dà alla vista. L’idolo è una cosa resa divina, un oggetto che si mostra ai nostri occhi come un dio, spesso una nullità a cui noi attribuiamo, con una trasposizione di essenza illecita, una qualità divina.
Il vitello d’oro che scegliamo di seguire e di adorare.
Il valore dell’idolo è per suo statuto abusivo.
Di più. Nel mondo contemporaneo questa attribuzione di valore arbitraria – un valore che non è solo economico o morale, ma anche linguistico – è un’attività perfettamente consapevole, programmatica, teorizzata, oggetto di una ricca industria del senso. Un’attività pubblicitaria.
Agli oggetti morti vengono scientemente attribuite volontà, appetiti, finalità, potere. Suscitano passioni. Sono adorati, temuti, adulati, pregati, desiderati sessualmente.
Marche, società, forze di mercato sono trattate come persone, considerate vive e attive, capaci di seguire progetti, di avere intenzioni, sentimenti, giudizi.
Eroi. Idoli da conquistare.
Al contrario, sempre più spesso gli esseri umani sono considerati solo cose. Nel mercato degli idoli la nostra cultura scambia sistematicamente ciò che è vivo con ciò che è inerte e senza vita. Sposta i segni. Di più, allora. Gli uomini esistono solo se oggettivati e misurabili, carne e cose: la chirurgia estetica, il corpo macchina, la prestazione.
Oggetti. Idoli da macelleria.
La lattina di zuppa, Paris Hilton, il culto delle immagini, la corsa al consumo, i soldi. Tutto questo è già idolo, vuoto a rendere, la grande forza delle cose che ci circondano, che ci aggrediscono e che ci seducono.
Questa stagione teatrale è dominata da un segno passivo. Semplicemente una sosta nel tempo presente, una stazione di servizio dove fermarsi a bere qualcosa e a sgranchire le gambe e intanto dare un’occhiata alla folla di vitelli d’oro, alle loro crepe, ai loro trionfi, alla data di scadenza impressa sui loro corpi, alla mega campagna promozionale con inserto incluso.
Nessun tentativo di trovare verità, nessun tentativo di essere contro.
La nostra realtà è un orizzonte di idoli. Anche se la vogliamo diversa da quello che è, rimane l’unica realtà che conosciamo, l’unica in cui viviamo, in cui pensiamo.
Il mio solo idolo è la realtà.
Diceva Pasolini.