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Lo Straniero – un funerale

TEATRO i

di Francesca Garolla
liberamente ispirato da Albert Camus

“Lo Straniero, il romanzo di un delitto, di un processo, di un’esecuzione, e insieme del dissidio tra la disperazione esistenziale e la libertà, rimane e rimarrà una delle massime testimonianze narrative del nostro tempo, un grande emblema della condizione umana”.

Così recita il retro di copertina della prima edizione italiana de Lo Straniero di Camus, profetizzando (o prevedendo) la fortuna e la portata di un romanzo che ha dato voce a quello che si può definire non solo una filosofia, ma un “modo di vivere”.

Il signor Meursault, protagonista e colpevole straniero, esempio di un vivere senza senso racconta un tempo almeno apparentemente molto simile al nostro.

Del resto, Camus stesso scriveva: “Il pensiero è sempre in avanti. Vede troppo lontano, più lontano del corpo che è nel presente.”

A partire da queste parole nasce la necessità di una totale riscrittura. Un testo che ripercorre il romanzo interrogandosi non solo sulla vicenda narrata ma anche sul motivo per cui, ancora oggi, questa vicenda, questo libro, possa dirci qualcosa.

Un uomo, “qualcuno”, in scena, attraversa le pagine del libro quasi fossero pagine della sua stessa vita: chi è per noi l’arabo che Meursault uccide? Perché dovrebbe interessarci della sua morte? E perché, al contempo, dovremmo interessarci di un uomo qualunque che non sa dare ragione del delitto che ha commesso né piangere una madre morta?

Quale esito possibile potrebbe avere questa storia?

E quali risonanze ci sono con la nostra?

Un monologo rivolto al pubblico, una narrazione che si fa domanda, un’invettiva che si fa lamento.

Alla ricerca di una qualsiasi ragione che possa dare senso alla nostra banalità, alla nostra brutalità, alla nostra umanità.

A noi.

Chiedo una cosa sola, ed è una richiesta umile,
benché sappia che è esorbitante:
esser letto con attenzione.

Albert Camus